sabato 25 maggio 2013

"Vetrina" digitale...


"La Baia?"


Recentemente è stato pubblicato questo studio, riportato da diversi quotidiani anche italiani (ad esempio Il Fatto), che dimostrerebbe in modo analitico quello che da tempo molti di noi sostengono: la pirateria è un ottimo motore per la vendita di musica, film e libri, a differenza di quanto sostengano le major e le associazioni per la tutela dei diritti d'autore.

Il succo del discorso è che a quanto pare i soggetti che maggiormente scaricano prodotti digitali illegalmente dalle varie reti peer to peer, sono anche quelli che più spendono per l'acquisto di quegli stessi prodotti.
Sembra un controsenso, ma come spesso mi sono trovato a sostenere in passato, non lo è affatto per almeno quattro buoni motivi: l'ansia dell'attesa, il gusto della scoperta, e l'adattamento.

"L'ansia dell'attesa": perché mai dovrei aspettare un anno (o anche solo un mese) per seguire la mia serie tv preferita, per vedere un film che negli Stati Uniti è uscito da un pezzo, per leggere un libro che se va bene verrà tradotto l'anno prossimo? Di esempi ce ne sono a bizzeffe: dal nuovo Star Trek di Abrams (che esce in Italia un mese dopo gli Stati Uniti), mentre la rete letteralmente scoppia di spoiler che a dura fatica riesci ad evitare, al 5° capitolo della saga de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, che è uscito in tutto il mondo anglofono in estate e solo mesi dopo in Italia, per giunta spezzato in tre parti (quindi triplo prezzo), al finale di Breaking Bad che vedremo in Italia solo in autunno. Il fan non vuole aspettare. Andrà al cinema a vedere il film sul grande schermo, come è giusto che sia, e comprerà il dvd o il blu-ray all'uscita e magari lo rivedrà sulla pay-tv al primo passaggio, comprerà la traduzione italiana del libro, che poi affiancherà agli altri capitoli sullo scaffale della sua libreria e molto probabilmente rivedrà il telefilm sulla pay-tv, per poi comprarne dvd o blu-ray al momento dell'uscita in home-video. Il fan spende anche più di una volta per lo stesso prodotto e vive l'attesa ingiustificata come un affronto. Ad esempio io mi sono rifiutato di vedere Prometheus al cinema perché è stato distribuito quando il blu-ray americano e inglese erano già disponibili.

"Il gusto della scoperta" ovvero: e questo che diavolo è? Magari uno si vede Django: Unchained e nel tentativo di saperne di più scopre su Wikipedia che è pieno zeppo di citazioni a western italiani di cui non ha mai sentito parlare. O magari vede Kill Bill  (perché Tarantino cade sempre a fagiolo quando si parla di scoprire roba fichissima) e decide che è ora di farsi una cultura su Sonny Chiba. Ma anche il passaparola ha un peso fondamentale: amici che ti parlano bene di un film o di un libro che non si trova da nessuna parte, sono sempre disponibili online, se uno sa cercare bene. E' probabile che poi quei film, quei dischi, quei libri, quelle serie tv vadano ad arricchire la mia collezione di originali, nel momento in cui dovessi trovarli in vendita.

"L'adattamento": perché The Big Bang Theory in Italiano non si può proprio sentire. L'argomento si fa complesso, ma le traduzioni spesso inventate (o con riferimenti cambiati) i doppiaggi piatti, senza gli accenti originali, i sottotitoli fuori tempo oppure troncati delle versioni "non udenti" a cui la tv italiana ci ha ridotto sono davvero insopportabili. Prendiamo The Walking Dead: Fox con una mossa geniale ha trasmesso tutta la seconda stagione a meno di 24 ore di distanza dalla messa in onda americana, in Inglese coi sottotitoli (ben fatti). ERA ORA!!! La speranza era quella che questo sistema continuasse e si allargasse a tutte le nuove serie. Purtroppo la terza stagione va in onda doppiata, sempre a meno di un giorno dalla messa in onda originale, ma doppiata. Certo, si può impostare l'audio originale, ma i sottotitoli "per non udenti" sono pessimi, ridotti, semplificati e si perdono tutte le sfumature. E quindi vai di download coi sottotitoli fatti dagli appassionati, in cui per giunta le citazioni non vengono cambiate a favore di "popolo ignorante" che magari non sa chi sia quel conduttore americano o non conosca quella particolare bibita che in Italia non viene distribuita.

In realtà questi tre motivi sono tre aspetti di una sola mancanza: quella di un mercato che non è capace di ascoltare le esigenze di quell'1,6% di utenti che è disposto però a spendere per il 11% del totale e che probabilmente spenderebbe di più se il film fosse distribuito subito (anche in lingua coi sottotitoli, anzi), se il libro uscisse in contemporanea mondiale, se la serie tv fosse trasmessa con un sistema simile a quello che si ottiene col download "illegale" (vedi The Walkind Dead 2° Stagione ma anche l'ultima stagione di Lost, ad esempio), se sui banchi si trovasse tutto quello che si cerca (ma i film di Sonny Chiba e anche molti film italiani degli anni '60 e '70 te li devi andare a cercare sul mercato americano che da noi non c'è spazio), se il disco che stai disperatamente cercando fosse disponibile in negozio, ma alla fine devi comprartelo su iTunes perché comunque un po' di soldi agli autori vuoi darglieli, se ci fossero le versioni digitali legali dei libri che cerchi (George R.R. Martin. Isaac Asimov o Harry Potter ad esempio, INCREDIBILMENTE, non sono disponibili in nessun catalogo digitale in Italia).

La mancanza di consapevolezza e di intuizione di chi opera le scelte distributive dovrebbe far riflettere chi si continua a intestardirsi sulle presunte colpe di internet.

Buon Towel Day a tutti!




[Edit] Cade a fagiolo questa intervista su linkiesta pubblicata oggi:

venerdì 17 maggio 2013

Un Mandarino al giorno...


-- Attenzione --
-- Possibili spoiler --

"Se non è fico 'sto paio di occhiali non so proprio cosa lo sia..."

"Direi che abbiamo cercato di trovare un modo di mostrare un terrorista leggendario che alla fine del film fosse stato qualcosa di unico, un'idea originale o un modo per dirci qualcosa di utile.

Per me l'utilità del ritratto del Mandarino, in questo film, consiste nel fatto che ci permette in qualche modo di mostrare quanto le persone siano complici nel farsi terrorizzare. Le persone si fanno prendere dal terrore nello stesso modo in cui il pubblico si fa prendere da questo film. Penso sia un messaggio più interessante per un mondo moderno, perchè penso che molta della paura generata da bersagli evidenti e ovvi dovrebbe invece essere diretta, più intelligentemente, verso ció che questi bersagli nascondono". (Shane Black, regista di Iron Man 3).

La scelta di mostrare un Mandarino così diverso dal fumetto, in Iron Man 3, è a mio avviso l'idea più originale e intelligente di tutto il film. A prescindere dall'interpretazione gigionesca e divertentissima di Ben Kingsley che davvero ruba la scena a Robert Downey Jr., l'idea di mostrare un super terrorista alla Bin Laden che in realtà è il burattino nelle mani di un individuo apparentemente normale (a parte i miliardi di dollari, inteso) è assolutamente azzeccata.

La grande trovata è quella di far credere allo spettatore (in particolar modo al fanboy, vedi anche la fantomatica organizzazione dei 10 anelli), almeno fino alla rivelazione della vera identità del personaggio, che si tratti in qualche modo di una versione aggiornata di quello del fumetto: anziché un pericolosissimo villain asiatico, una altrettanto pericoloso terrorista islamico.

Ma è solo un depistaggio.

Alla fine il male si cela in casa propria.

A sproposito... Questo film si aggiudica il premio Supercoolmanchu per il numero di occhiali da sole fichissimi che vengono sfoggiati e per i titoli di coda stile serie tv primi anni '80. 'Nuff said.




giovedì 16 maggio 2013

A casa di Facebook...

"Facebook Home"

Leggo diversi articoli che parlano del "flop" di Facebook Home, il nuovo wrapper per alcuni telefoni Android (come il Galaxy S3 o il HTC One X+) che dopo l'installazione porta Facebook sulla schermata di blocco e di partenza dello smartphone modificandone il launcher delle app, esaltando l'uso del noto social network e privilegiandolo rispetto alle altre app e funzionalità del dispositivo.

Vi sono vari motivi che giustificano il presunto flop (comunque oltre un milione di download effettuati, al momento) tra cui l'autonomia notevolmente ridotta della batteria o il fatto che i widget e le personalizzazioni dell'utente non siano più visibili, ma in sintesi il motivo principale sembra essere l'assenza dell'esperienza Android come l'utilizzatore la conosceva.

Quello che sarebbe mancato agli sviluppatori in fase di progettazione sarebbe quindi una incapacità di riconoscere l'importanza di tale esperienza del mondo Android, in quanto tutti, o comunque la maggior parte, utenti iPhone. Questa tesi è apparsa su un articolo di Josh Constine su Tech Crunch ed è poi rimbalzata un po' ovunque su blog e stampa specializzata o meno. La tesi sarebbe che sebbene Facebook abbia spinto i propri sviluppatori e progettisti ad adottare telefoni e tablet col sistema operativo di Google, questi ultimi non abbiano voluto abbandonare i propri iPhone e iPad, rimanendo quindi all'oscuro di quanto fossero importanti la personalizzazione e i widget per l'utente Android (iOS non permette un livello simile di personalizzazione e non supporta widget) e non avvertendo quindi la necessità di implementarli in Home.

Bullshit.

Cercare di caricare sull'iPhone una parte della colpa di un grosso errore di valutazione di Facebook è un tentativo puerile, inoltre la tesi è male argomentata. Ad esempio, se è vero che suddetti sviluppatori sono così affezionati al proprio smartphone designed in Cupertino tanto da non prendere in considerazione il passaggio (anche solo temporaneo, si noti) ad Android, per quale motivo Home non assomiglia per niente ad iOS? Ad esempio perchè non ha il dock, oppure le cartelle? Se installassi Home sul mio iPhone (cosa peraltro non possibile) sentirei il bisogno di accedere al dock ogni tanto, ma non potrei farlo perchè tale funzione non è stata implementata.

Il problema non è che gli sviluppatori di Facebook sono dei cattivi sviluppatori perchè usano iPhone (che in fondo è la tesi del Sig. Constine), ma perchè sono dei cattivi sviluppatori. Punto. Facebook su smartphone è una app, non è l'intero smartphone. Certo, è comodo che ci siano delle scorciatoie che permettono di postare messaggi o foto direttamente dalle altre app o dall'OS, ma la cosa finisce lì. Il problema è che Home è semplicemente un'idea nata male, che probabilmente la maggior parte delle persone non è interessata ad usare (perchè ridurre al solo Facebook il mio costoso telefono che ormai uso al posto del pc o del Mac nel 70/75% dei casi?).

Facebook Home non è casa mia. E a quanto pare neanche della stragrande maggioranza di chi possiede un telefono Android.